Il comune di Milano è a caccia di soldi, per l'esattezza 350 milioni di euro allo scopo di coprire il buco apertosi nelle casse cittadine. Poiché, da quando si è installata, la giunta Pisapia ha già aumentato tasse e tariffe in modo pesante (Irpef, biglietti dei mezzi pubblici e da gennaio un oneroso pedaggio d'ingresso ribattezzato congestion charge), per evitare l'accusa di aver portato i cavalli dei cosacchi ad abbeverarsi alla fontana del Castello Sforzesco, sindaco e assessori devono inventarsi qualcos'altro. Ecco che è saltata fuori l'opzione privatizzazioni. Come si sa, Milano ha un patrimonio enorme bloccato in aziende municipalizzate, alcune delle quali operano in settori già aperti alla concorrenza dei privati e in cui non si capisce bene quale sia il ruolo della mano pubblica se non quello di distribuire poltrone e intermediare potere.
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di Alessandro Fato da facebook Succede in un paese dove la "fede" è al primo posto. Succede in un luogo che definiscono teocrazia. Succede in un grade paese dove a comandare sono i (loro) preti. Succede oggi in Iran. Domani? Avevano solo 14 e 16 anni. Erano gay.
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Il motivo per cui da ieri Mario Monti ci governa è per rassicurare investitori e mercati che l’Italia è in grado di pagare i debiti. Per la verità i tassi di interesse non sono scesi a un livello di guardia. E sarebbe stato folle (anche se molti commentatori e politici lo andavano affermando) aspettarselo nel giro di un mattino. Monti per rassicurare i suoi grandi elettori (i mercati) e non spiacere i suoi dante causa (i parlamentari) nel suo discorso al Senato di ieri ha per due terzi affermato di voler continuare sulle tracce del suo predecessore (dalla finanza pubblica all’evasione, dalle università alla lotta alla criminalità) e per un terzo ha cambiato direzione.
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La folla esultante. Il Caimano si è dimesso. Si canta "Bella ciao". Il vertice del PDL prima della partenza verso il Colle è paragonato al Gran Consiglio. In trepidante attesa per Piazzale Loreto un cialtrone rivendica la paternità di un atto cialtronesco. Il lancio delle monetine contro l’auto del Presidente del Consiglio, che si avvicina al Quirinale. “L’ho fatto io, l’ho lanciata io”. E’ il coordinatore del Popolo Viola, al soldo dell’IDV. Orbene, l’odissea berlusconiana è l’odissea di una guerra civile quasi ventennale. Una guerra non guerreggiata, ma pur sempre guerra. Alcuni gesti sono esplosioni inconsulte, comprendiamole. Possono capitare. Esasperazione irrefrenabile. E’ vero. Come frenare la cialtroneria?
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diFabio Pazzini Berlusconi cade e nascerà (forse) il governo Monti. Impostoci dai mercati e dal duo franco tedesco. In realtà i mercati hanno messo a nudo l'incapacità di governare di Berlusconi e anche degli esecutivi della sinistra che si sono succeduti negli ultimi 20 anni. L'incapacità di mettere mano a quelle riforme necessarie da una parte ad invertire la rotta delle disastrose politiche di spesa pubblica e di indebitamento che hanno caratterizzato gli anni '70 e '80 e proseguito nei decenni successivi, dall'altra per rendere l'Italia un paese liberale, competitivo e quindi anche strutturalmente forte per affrontare di petto le crisi internazionali che in questi anni ci stanno colpendo.
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di Alessandro De Nicola presidente di Adam Smith Society da Il Sole 24 Ore I piaceri segreti di uno statalista Dicano quel che si vuole, ma bene come in Italia non si vive da nessuna parte. Noi statalisti, soprattutto, ce la passiamo alla grande. Tanto per cominciare, mentre qualcuno ha scritto che i liberisti sono un po’ grigi noi siamo gioviali. Avete mai visto un politico, un boiardo di stato o un imprenditore ammanicato alle commesse pubbliche mogio? No, sono sereni, sorridenti, a volte addirittura smargiassi. Inoltre siamo abbastanza scaltri. Sappiamo che socialismo, statalismo e dirigismo per strani motivi suonano male. E allora ci siamo reinventati l’economia sociale di mercato, che ai tempi del miracolo economico tedesco del dopoguerra significava la protezione sociale dei ceti più deboli all’interno di una vibrante economia privata, da noi vuol dire la protezione sociale dei privilegiati all’interno di una vibrante spesa pubblica.
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A Milano (come in Italia) destra e sinistra restano agli antipodi del mercatodi Roberto Perotti da Il Sole 24 Ore Sono tempi duri per i liberisti. Niente illustra meglio il loro dilemma di ciò che sta avvenendo a Milano, dove sono costretti a scegliere fra uno schieramento storicamente agli antipodi della cultura liberista e un altro che occasionalmente vi si richiama ma nei fatti dimostra di esservi ugualmente estraneo. Per un liberista è impensabile negare a qualcuno il diritto di praticare la propria religione in modo dignitoso; come tutti, un liberista ha a cuore l'ordine pubblico, ma non lo userebbe mai come scusa per sopprimere le legittime manifestazioni della libertà individuale. Un liberista crede nella concorrenza, anche delle idee e delle culture; per questo non potrebbe mai allearsi con chi quotidianamente insulta e minaccia stranieri e diversi. Un liberista crede nella libertà di scelta delle famiglie, ma non ha bisogno di denigrare indiscriminatamente la scuola pubblica.
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Sono andato sui siti dei due principali candidati a sindaco di Milano, Moratti e Pisapia, per leggere il loro programma elettorale. Mamma mia. La quantità di slogan banali, di luoghi comuni e di parole in libertà è imbarazzante (Milano più competitiva, Milano più solidale, i giovani, gli anziani, le donne, gli animali) - Per accedere al programma della Moratti si va sulla homepage e con due clic si scarica il programma. Per Pisapia ci vogliono 4 clic e trovarlo non è molto intuitivo. - Il programma di Moratti è di 31 pagine e inizia con un riassunto per punti/slogan. Quello di Pisapia è di 33 pagine e inizia con la "Visione".
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La cosa più sconcertante nel referendum sull’acqua è che una sostanza, simbolo di pulizia e di trasparenza quale è l’acqua, sia usata per coprire una molteplicità di operazioni che con l’acqua non hanno nulla a che fare. Non fosse altro che per questa ragione di pulizia, pulizia logica e pulizia politica, il referendum che chiamerò “sull’acqua tra virgolette”, dovrebbe essere respinto con perdite, cioè bocciato clamorosamente. I referendum “sull’acqua tra virgolette” sono in realtà due. Il primo non tratta di acqua ma di terra, cioè degli scavi, delle opere pubbliche che dovranno essere eseguite per la manutenzione e l’ampliamento delle reti che portano l’acqua agli utenti. Parlare di privatizzazione dell’acqua è dunque una grossolana mistificazione: l’acqua resta pubblica, e di proprietà pubblica restano anche le condutture. Ciò di cui si parla sono i miliardi, diecine di miliardi di euro che dovranno essere spesi nei prossimi anni per ammodernare una rete che la gestione pubblica ha, in molti casi, fatto diventare un colabrodo, pardon un cola-acqua.
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